Yoga e duck face. 5 punti che fanno arrabbiare chiunque ami lo yoga.

Recentemente sono stata al Wanderlust di Milano e mi è stata data l’opportunità di insegnare Marma Yoga.

E’ stata un’esperienza decisamente positiva, sono stata contenta delle energie che ho ricevuto dalle persone che hanno frequentato le mie lezioni e l’organizzazione è stata eccellente.

Ero già stata al Wanderlust due anni fa ed è incredibile come tutto sia cambiato nel giro di un paio di anni.

Rispetto a due anni fa c’erano molto più partecipanti, avevo pensato a quello che avrei indossato per quel giorno (e come me penso tante persone), c’erano i posti tappetino per gli influencer e soprattutto c’era un senso di protagonismo che pervadeva.

I partecipanti erano tutti molto educati e disponibili ma diversi si sono lamentati con me che questo non fosse il “vero yoga”.

Non è “vero yoga” dire (non so esattamente chi abbia detto questa frase e la riporto soltanto) “Trovate l’effetto wow che è in voi”.

Non è “vero yoga”:

  1. condividere tutti i minuti di un’esperienza,
  2. fare le foto con la duck face o in posizioni di yoga civettuole e studiate nei minimi dettagli, 
  3. cantare a squarciagola dei mantra o OM o Shanti
  4. avere creato un’infinità di tipi di yoga e neanche avere creato un mercato dei Teacher Training e degli abiti da yoga dai ritorni impressionanti
  5. che esistano degli infuencer di yoga (che sembra una contraddizione ma non lo è).

Attenzione però: ogni volta che si giudica qualsiasi cosa che si sta evolvendo si rischia sempre di ricadere nel “si stava meglio quando si stava peggio”. 

Ecco quello che penso io in riferimento ai numeri sopraesposti:

  1. condividere foto, video, pensieri sullo yoga ha fatto sì che sempre più persone ne venissero a conoscenza e se ne interessassero. Non so voi, ma io sono sicura che lo yoga non abbia contraddizioni morali, per quanto vendute in modo superficiale, esprima sempre dei valori e faccia percepire alle persone come l’impegno e poi il rilassamento formino una coppia che permette di raggiungere soddisfazione e serenità
  2. io applico una regola molto semplice quando incappo in profili di persone che non rispecchiano il mio modo di percepire lo yoga: non le seguo o semplicemente prendo inspirazione solo per la mia pratica
  3. i toni “da stadio” io semplicemente non li accetto quando sono io ad insegnare, in qualità di insegnanti possiamo sempre fermare la classe e spiegare come secondo noi si dovrebbe impiegare il tono di voce
  4. tanti tipi di yoga vengono creati per allargare l’offerta del mercato. Non penso che tutti i tipi di yoga che si stanno creando ora esisteranno tra dieci anni. A volte però maggiore è l’offerta e maggiore sarà la soddisfazione dello studente. Lo stesso vale per i Teacher Training: ce ne sono tanti perché tanti desiderano cambiare vita e farsi e fare del bene. Poi purtroppo o per fortuna, solo i più caparbi resisteranno. Lo stesso vale per i brand di yoga, ce ne sono tanti perché tante sono le esigenze (cotone organico o materiale sintetico ma dall’effetto slim? colori fluo o colori che derivano da tinte naturali?)
  5. gli influencer di yoga generalmente sono delle persone molto brave a fare delle asana e che offrono uno spaccato della loro vita. Una cosa che ho notato è che, generalmente, non si vendono per quello che non sono. Non dicono di aver studiato i sutra per tre anni se non l’hanno fatto. Forse, considerano lo yoga più come uno sport ma hanno seguito, ci guadagnano da questo e soprattutto, torniamo al punto 1, diffondono lo yoga.

Per chiudere il mio articolo, io credo talmente nelle potenzialità dello yoga che penso che, alla fine, tutto vada bene “purché se ne parli” e purché più gente possibile si metta ogni giorno sul tappetino, alla ricerca del proprio stile di yoga e di un percorso di crescita individuale, sempre facendo attenzione a non farsi male o macchiarsi di una competitività non appropriata.

Non mi interessa se di mezzo ci saranno fattori più commerciali. Ci sono insegnanti come me che devono “viverci” di questo e purtroppo non scendere a compromessi a volte vuol dire isolarsi ed escludere delle opportunità.

Viviamo in un’epoca in cui bisogna sempre più premiare lo sforzo di stare un’ora senza cellulare per farsi del bene piuttosto che andare sempre a analizzare se le azioni che hanno condotto lo studente a praticare yoga siano state del tutto etiche e responsabili o dettate da atteggiamenti di emulazione o di propaganda pubblicitaria.

Ripeto, “purché se ne parli e purché se ne pratichi“, sperando che alla fine la disciplina e la teoria dello yoga in qualche modo prendano la meglio sull’affrontare lo yoga in modo superficiale e a colpi di duck face.

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