Smetti di credere nei buoni propositi di inizio anno. Il metodo alternativo ed efficace per assicurarsi un ottimo anno

Per molti anni ho fatto anch’io la classica lista dei buoni propositi di inizio anno.
Non perché non avessi desideri o obiettivi, ma perché mi sembrava il modo “giusto” di iniziare gennaio.

Col tempo, però, mi sono resa conto che non funzionava per me.
Anzi, rischiava di farmi stare peggio.

Il problema dei buoni propositi, così come vengono spesso impostati, è che danno l’illusione che tutto debba cambiare subito. Già a partire dalle prime settimane, come se gennaio fosse una specie di esame da superare per dimostrare di essere finalmente più costanti, motivati e in forma.

Spesso mi ritrovavo con molti obiettivi diversi, tutti sullo stesso piano, tutti da far partire contemporaneamente dal primo gennaio come: mangiare meglio, muovermi di più, essere più produttiva, più organizzata, leggere di più, fare più corsi…

Quando poi, dopo due o tre settimane, gli impegni riprendevamo a ritmo regolare e le cose non erano cambiate in modo evidente, il rischio era sempre lo stesso: sentirmi inadeguata o, peggio ancora, sentirmi una fallita.

Non perché non mi stessi impegnando, ma perché la lista dei buoni propositi semplicemente è un sistema inefficace.

Perché i buoni propositi per l’anno nuovo di solito non funzionano

Uno dei motivi per cui i buoni propositi di inizio anno non funzionano è che vengono caricati di aspettative irrealistiche.
Ci si aspetta che più obiettivi partano insieme, che la motivazione resti alta e che i risultati siano visibili in tempi brevi.

Questo approccio ignora completamente come funzioniamo davvero, soprattutto nei periodi di cambiamento.
Non tiene conto dell’energia disponibile, del contesto, delle abitudini già presenti e nemmeno degli impegni (personali e lavorativi) che abbiamo.

Con il tempo ho capito che il problema non era la mancanza di impegno, ma il fatto che i buoni propositi erano spesso astratti, scollegati dalla vita reale e, soprattutto, dalle mie vere priorità.

La domanda che ha sostituito i buoni propositi

Da anni, a fine anno o nei primissimi giorni di anno nuovo, non mi chiedo più quali siano i miei buoni propositi.
Mi faccio una domanda diversa:

Cosa non ha funzionato nell’anno che è appena finito o che sta per terminare?

Non è una domanda per farmi sentire in colpa ma per riflettere.
Provo a rispondere a cuore aperto e con la mente lucida: forse, ero distratta da problematiche famigliari, imprevisti, forse quegli obiettivi non erano davvero così importanti per me o forse mi serve lavorare di più su di me e su quello che voglio diventare.

Quando un obiettivo non funziona, forse non era una priorità

Un esempio semplice chiarisce bene quello che intendo.

Da anni penso che mi piacerebbe imparare una quarta lingua.
È un’idea che torna spesso nella mia mente, mi affascina e mi fa fantasticare.

Nonostante questo, non si è mai concretizzata.

Per molto tempo avrei potuto vedere questa cosa come un fallimento.
Oggi la vedo in modo diverso: non è una mia priorità reale, almeno in questa fase della mia vita.

Non significa che non sia importante in assoluto.
Significa che, nel concreto, ci sono altre cose che vengono prima.

Questo è uno dei grandi limiti dei buoni propositi: trattano tutto come se avesse lo stesso peso, la stessa urgenza e lo stesso spazio mentale.

Una priorità vera si riconosce facilmente.
È qualcosa a cui pensi spesso e che per te è importante, anche quando sei stanca o sovraccarica.

Se un obiettivo resta fermo per anni, al momento non è da considerare una priorità.

Il primo passo per cambiare davvero

La prima cosa che consiglio di fare non è scrivere nuovi obiettivi per l’anno nuovo.
È fare chiarezza mentale.

Prendi un foglio. Da una parte, una lista delle cose che non hanno funzionato nell’anno passato (senza essere troppo severo con te) e dall’altra, una lista delle priorità reali.

Poi guardarle insieme. Ti potreste rendere conto che tante cose che non hanno funzionato o non si sono sviluppate non erano delle tue priorità oppure che eri distratto da altre cose che sono avvenute.

Inoltre, spesso ci si accorge che alcuni obiettivi non sono separati, ma fanno parte della stessa area.
Mangiare meglio e perdere peso, per esempio, non sono due obiettivi distinti: sono due aspetti di qualcosa di più ampio, come prendersi cura di sé, sentirsi meglio nel proprio corpo ed essere più in salute.

Quando inizi a ragionare in questo modo, cambia il punto di partenza.
Non stai più cercando di cambiare tutto.
Stai cercando di capire dove ha davvero senso investire la tua energia personale.

Perché i buoni propositi non funzionano davvero (e cosa funziona invece)

Dopo anni di riflessione, ho capito una cosa molto semplice:
i buoni propositi non funzionano perché sono troppo vaghi e troppo carichi di aspettative.

Spesso vengono formulati come grandi dichiarazioni di intenti:
“Da gennaio mangio meglio”,
“Da gennaio mi alleno”,
“Da gennaio cambio vita”.

Il problema non è il desiderio di cambiare.
Il problema è che questi propositi restano scollegati dalla realtà quotidiana.

Un buon proposito, da solo, non dice come farai quella cosa e quando la farai.

Per questo, nella maggior parte dei casi, dopo l’entusiasmo iniziale, si torna alle abitudini di sempre e i buoni propositi finiscono nel cestino.

Buoni propositi, buone intenzioni e buone abitudini non sono la stessa cosa

C’è una differenza fondamentale tra un buon proposito e una buona intenzione.

Un buon proposito nasce spesso in modo reattivo.
È legato al confronto, al senso di colpa, all’idea di dover migliorare qualcosa in fretta.

Una buona intenzione, invece, nasce da una riflessione più profonda.
Ti sei chiesta come vuoi sentirti, cosa ti manca davvero, cosa ti farebbe stare meglio.

Una buona intenzione è più consapevole. Ci rifletti di più su.

Tuttavia, anche una buona intenzione, se resta solo un’idea, rischia di non portare a dei veri progressi.

Il vero punto di svolta arriva quando una buona intenzione viene abbinata a delle piccole azioni ripetute, cioè a delle buone abitudini.

Quindi, buone intenzioni + buone abitudini = cambiamento lento ma vero.

Senza questo passaggio, anche l’intenzione migliore resta depotenziata.

Perché le buone abitudini funzionano più dei buoni propositi

Le buone abitudini funzionano perché non ti chiedono di essere una persona diversa.
Chiedono solo di fare una cosa concreta, in modo ripetuto.

Negli anni ho capito che il segreto non è fare di più, ma spezzettare gli obiettivi.

Un’abitudine sostenibile è fatta di azioni molto piccole, spesso di cinque o dieci minuti.
È qualcosa che puoi fare anche nelle giornate piene, anche quando non sei motivato.

Questo è un punto centrale anche nel mio lavoro e nel Metodo SAME (il mio libro edito da Gribaudo, Feltrinelli).
Non si parte da ciò che dovresti fare, ma da ciò che puoi davvero integrare nella tua vita.

Quando un’abitudine è troppo grande, entra in conflitto con il corpo e con il sistema nervoso.
Quando è piccola, viene inclusa nella vita quotidiana più facilmente.

Obiettivi chiari e obiettivi percepiti: non funzionano allo stesso modo

Esiste anche una differenza importante tra ambiti diversi della vita.

In alcuni casi l’obiettivo è chiaro e misurabile.
Seguire un corso per ottenere un attestato, per esempio, ha un inizio, una fine e un traguardo preciso. Questo tipo di obiettivo è spesso più facile da portare a termine, perché sai quando hai finito.

Nel self-care le cose funzionano in modo diverso.

Meditare per sentirsi meglio, muoversi per stare più in contatto con il corpo, rallentare per ridurre lo stress non hanno un “traguardo” evidente.
Non c’è un giorno in cui puoi dire: fatto, ho concluso.

Il rischio, in questi casi, è smettere perché sembra di non arrivare mai da nessuna parte.

La verità è che il cambiamento, qui, non si vede sempre subito, ma si percepisce.
Si sente nel corpo, nell’umore, nella qualità delle giornate.

Imparare a riconoscere questa differenza è fondamentale per non auto-sabotarsi.

Fare poco, ma farlo spesso

Se c’è una cosa che ho imparato negli anni è questa:
non serve fare tanto, serve fare poco ma con continuità.

Uno dei motivi principali per cui i buoni propositi non funzionano è che chiedono troppo, tutto insieme e subito.
Il corpo e la mente, davanti a richieste così grandi, si bloccano oppure creano della resistenza.

Funziona molto meglio l’approccio opposto:
azioni piccole, chiare, ripetute nel tempo.

Cinque o dieci minuti sono spesso più che sufficienti per iniziare.
Non devono essere azioni quotidiane per forza, ma devono essere frequenti e realistiche. Una o due volte a settimana, se fatte con costanza, valgono molto di più di un piano perfetto abbandonato dopo pochi giorni.

Mettere le azioni nel calendario cambia tutto

Un passaggio fondamentale è questo: scrivere le azioni nel calendario legate alle due o tre priorità più improtanti per te in questo periodo.

Quando qualcosa resta solo nella testa, continua a sembrare facoltativa.
Quando invece ha un giorno, un orario o uno spazio preciso, diventa reale.

Non significa riempire l’agenda fino all’eccesso.
Significa visualizzare ciò che conta e smettere di affidarsi solo alla memoria o alla motivazione del momento.

Vedere le azioni nero su bianco aiuta a mantenere una direzione, anche nei periodi più pieni o confusi.

Conclusioni

I buoni propositi falliscono perché promettono una versione ideale di noi stessi, senza considerare davvero la vita che facciamo.
Il cambiamento, quello che dura, nasce invece da scelte piccole, consapevoli e ripetute.

Non serve iniziare l’anno facendo tutto.
Serve iniziare scegliendo una priorità e facendo qualcosa di concreto per quella priorità, con regolarità.

Questo, per me, è il significato più vero di scegliere di prendersi più cura di sé:
smettere di chiedersi cosa si dovrebbe fare e iniziare a costruire, passo dopo passo, ciò che è davvero sostenibile.

Iscriviti alla mia newsletter per non perderti i prossimi articoli

Share This:

Facebook
WhatsApp
Twitter
Email